mercoledì 27 marzo 2013

LA QUESTIONE RADICALE


       1. Il sistema radicale attuale, in Italia.

     Se ogni visione politica si presenta, sul piano culturale, attraverso    tre     modalità (conoscitiva, organizzativa, strategica ), non si può negare che nel sistema radicale la connotazione maggiore riguarda l'assetto organizzativo, facente capo  ad una   guida carismatica.
Per questo deve considerarsi limitata e parziale l'operazione che pretenda di racchiudere la radicalità dentro l'insieme delle sue tematiche: esse, invece, fanno parte integrante di un sistema di modalità o pratiche che danno loro una tipica caratterizzazione.
Descrivendo il sistema radicale, appunto, nella modalità conoscitiva figura soprattutto l'analisi di problematiche, affrontate con vari approcci ( scientifico, giuridico-legale, storico, filosofico, psicologico, religioso,ecc. ) e divulgate da Radio Radicale: attività, questa, che assolve la funzione di attrarre gran parte dell'attenzione e della curiosità intellettuale di quanti si sentono radicali o simpatizzanti.
Con la seconda modalità, dell'organizzazione, quell'attenzione viene convogliata  nell'unione affettiva col suo leader, l'autorità carismatica che ha una derivazione storica di tipo romantico.
La fase conoscitiva, a questo punto, subisce una vera e propria traduzione:  il leader carismatico, che per conservare la vitalità della sua presenza non deve mancare di rendersi visibile, si assume il compito di interpretare e sintetizzare quei contenuti secondo il suo stile personale.
L'impostazione cefalocentrica di questa modalità, riflessa anche nella formulazione delle regole di cui si è dotata, non può eliminare del tutto critiche esterne ed interne soprattutto in presenza di risultati insoddisfacenti che lo stesso leader ha concepito e di cui si è investito in prima persona; perciò, egli cercherà di dare periodici sfoghi a quelle critiche, o per mezzo della sua radio o nelle sedi di dibattiti interni.
E si capisce che la terza modalità, quella operativa e strategica, è strettamente connessa sia al rapporto emotivo della base col suo leader sia a come lo stesso riesce a proporsi in termini di interlocuzione con quella base e con esterni con cui trovare intenti comuni. Si può supporre, fra l'altro, nel caso di una lunga permanenza del leader al proprio posto ( Marco Pannella, ad esempio ), che questi trascuri spesso questa interlocuzione, contando proprio  sul consenso assegnato alla sua figura di capo: questa comporta infatti che ne sono accettati sia gli auspicabili successi che i deprecabili insuccessi.
Una scelta strategica poi, che abbia privilegiato le azioni del mordi e fuggi corrispondenti  agli obiettivi referendari, adombra il più delle volte un orizzonte caratterizzato da vaghezza e incertezza: il metodo del dare fuoco alla miccia non può che lasciare col fiato sospeso per l'effetto domino procurato dall'innesco. Che è appunto la reazione a catena di cui la rappresentanza radicale non vuol prendersi la responsabilità nell'eventualità di aver raggiunto esiti negativi, mentre se ne sente particolarmente orgogliosa quando essi siano  o sembrino del tutto favorevoli.



       2.  L'imprinting del leader.

In questo sistema radicale, che risente così a lungo e profondamente della centralità del leader, l'attenzione al suo carattere non può essere lasciata sullo sfondo.
Nello specifico di Pannella, l'autoesaltazione, l'enfatizzazione del proprio ruolo, la denigrazione di tutti coloro che non riesce a fare alleati, hanno accentuato nelle sue battaglie l'aspetto della personalizzazione.
Non può considerarsi trascurabile, anzi, l'osservazione che proprio la sua aggressività è un elemento fortemente controproducente, che non giova in nessun modo al progresso civile. Numerosi obiettivi contenuti nelle proposte referendarie, che potrebbero avere la strada spianata da una presentazione semplice e di tutto buon senso, vengono invece bloccati dalla mancanza di una serena argomentazione e da ottiche di contrapposizione. E la pratica referendaria potrebbe anche aver subito una svalutazione inesorabile dovuta a un inflazionamento di tale qualità.
Moltissimi fedeli di Pannela, avendo assorbito e legittimato l'imprinting ricevuto, si riconoscono purtroppo dalla pratica dell'autocelebrazione e della derisione, anche nei confronti di colleghi/compagni con cui non riescono a discutere: magari potesse bastare un generico invito alla tolleranza in "famiglia" per ricondurre ciascuno alla padronanza di sè e della propria ragione!
  Non si deve dimenticare, però, quanto sia preponderante nella complessa personalità di Pannella, con i suoi ideali, il concetto di perdono declinato nella formulazione legislativa di assoluzione-depenalizzazione di comportamenti ritenuti infamanti dalla morale tradizionale. L'identificazione con la sofferenza di tanti può essere, con molte probabilità, la molla che incanala le sue energie.
Ma se tutto ciò non basta a farne un buon predicatore, nè un valente avvocato delle proprie cause, la ragione profonda potrebbe risiedere nel suo bisogno personale di farsi perdonare il continuo eccesso di intemperanze.
Da queste, anche, l'amara stanchezza di tanti probabili elettori verso atteggiamenti umanamente troppo poco accettabili.
Sembra essere iniziato così un doloroso riflusso dall'alba di una crescita civile a un  tramonto nel proprio orticello, in definitiva considerato più vivibile che non il terreno di scontro divenuto uno scenario che dura da troppo tempo.
La questione dovrebbe porsi a tutti i livelli dei soggetti radicali, intesi come persone, associaioni, movimenti, PRNTT.
Questione non semplice, se si prende atto che nel sistema radicale, come in ogni sistema, ciascuna delle modalità culturali ha una stretta connessione con le altre: per questa complessità, anche dopo il taglio del nodo gordiano e l'inizio della discontinuità ( e cioè con la fondazione di un partito radicale italiano e con l'elezione democratica dei suoi responsabili ), dovrà passare un certo tempo prima di potersi verificare la reale novità.


   



     3.  Le voci critiche.

Se queste sono le ambasce che tormentano i radicali, può sembrare oltremodo commovente, nella sua ingenuità, la domanda racchiusa nell'intervento fatto da un membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani riuniti il 23/03/2013: " Perchè R.I. non può essere il partito che si presenta alle elezioni ( invece della creazione della Lista AGL del 24 2 25 febbraio 2013 ), dopo aver scelto nel suo congresso obiettivi e metodi con cui operare? Chi ha concepito che dentro lo Statuto del PRNTT tutto ciò non sia possibile?".
E come una manna dal cielo, per gli sconsolati, è salutato- in una posizione di maggiore critica nel merito della struttura esistente - l'intervento di Claudia Sterzi che chiede di uscire dall'ambiguità della modalità carismatica perchè essa confliggerebbe con gli intenti di affermazione delle regole e del diritto sul piano nazionale ed internazionale.
A maggiore distanza dai suddetti interventi c'è anche una posizione, più netta, che si fa portavoce delle precedenti richieste di democraticità  e non vuole lasciare i singoli a lamentarsi: per questo ha creato il gruppo di "Rilancio Radicale" e si è già fatto conoscere nel suo convegno a Verona il 16/03/2013.
[ Approfitto qui dell'apertura di una breve parentesi a proposito del concetto di democrazia. Bisogna infatti aggiungere che per molti dirigenti radicali ( Bonino e perfino Pannella ) l'idea democratica è ben presente e praticata nel PRNTT.  Essi continuano a sostenere che la possibilità di discussione dentro il Congresso di R.I. è  il segnale della sua democraticità. Non c'è modo di far passare, purtroppo, la nozione che democraticità include sia la scelta in comune di obiettivi e strategie sia  l'assegnazione e la revoca, sempre in comune, dei responsabili riguardo alle azioni individuate.
Non che l'agire democratico sia per se stesso il più valido all'ottenimento di un fine specifico. Non dovrebbero esserci dubbi, però, sul fatto che l'esemplarità di politici e dirigenti incide moltissimo sul costume dei loro governati e amministrati; persino le loro qualità umane e sul piano dei rapporti interpersonali si propongono, o divengono automaticamente, obiettivi sociali.  Nel caso dei radicali, essi sono particolarmente apprezzati per l'uso civico che hanno fatto dei soldi pubblici; mentre l'assenza di effettivo potere decisionale della base, ed il rifiuto di condurre un'operazione politica dall'inizio alla sua conclusione come accadrebbe se si configurassero in un partito politico, non sono stati certo di sprone per mutare il malcostume italiano dell'iniziare le cose e non concluderle.]








        4.  Un'altra ottica.

   Tornando alla prospettiva aperta da "Rilancio Radicale" e alla sua insistenza sulla mancanza di democrazia interna, una facile risposta -alla forma ma non al merito- della richiesta sarebbe, purtroppo, che le regole statutarie non sono state violate: che quindi si è rimasti in linea con la promessa.
E forse, la volontà di mutare questo stato di cose non si concilia troppo con l'idea liberale, la quale prende atto di chi ha costruito-guidato-seguito un tale Partito PRNTT e non pretende di lottarlo, con l'argomento che quel patrimonio ideale deve essere salvato. Nessuno, del resto, potrebbe impedire che le idealità radicali vengano gestite da altri, in altro modo. ( Come, usando un paragone azzardato, prima Valdesi e poi Protestanti in un dato momento storico hanno deciso di fare un cammino diverso da quello della Chiesa di Roma, senza rinunciare con questo al messaggio di Gesù Cristo. )  
Piuttosto sono molti i modi di intendere un "rinnovamento".
Probabilmente il primo problema da affrontare è quello di immaginare se sia più capace di cambiamento ( fra coloro che hanno vissuto nella casa radicale e dunque la conoscono ), chi vi si è trovato bene e la vuole restaurare o chi ne ha osservato i difetti e non vedeva l'ora di darle una ristrutturazione completa.  In entrambi i casi, comunque, l'erede di un patrimonio si sentirà l'onore e l'onere di riprendere quei fili che non gli daranno le mani libere per altri interventi che non siano di continuazione: si troverà a fare i conti con una mole di prodotti già elaborati o in via di elaborazione.
Si dovrebbe scartare, perciò, questa strada, rinunciando alla finalità della costruzione di un nuovo partito radicale deputato ad ereditare il cosiddetto patrimonio ideale:  non inciderebbe nell'assetto complessivo - nè a breve nè per il lungo periodo -  e sarebbe dunque troppo limitata.
    Ed ecco la novità di una strana proposta.
Le varie associazioni radicali - al nord le più "mature"? - si mettono a cercare/trovare ciascuna un certo numero di persone ( 3, 5... ) a cui lasciare un <<foglio bianco>> metaforico su cui esprimere le idee che si sono fatte per affrontare le soluzioni italiane. Dopo averle ascoltate e chiesto loro cosa pensano delle proposte radicali si cerca di capire se e come arrivare a definire proposte rinnovate o corrette nella loro comunicazione.
Se le persone così individuate sono anche disponibili ad impegnarsi iniziano gli incontri con altre associazioni, anche non radicali, da cui potrebbero uscire degli eletti democraticamente a rappresentare una varietà di posizioni.





A proposito delle persone scoperte ed invitate: sarà gente di cervello e di cuore, ma non "appartenente a" nè particolarmente affermata. Meglio anzi se rientrante nel numero di chi è rimasto disoccupato ( esodato o altro ), di chi si trova a fare da casalingo/a  potendo però "pensionarsi" dai propri familiari ormai in grado di autobadarsi, di quelli ( non si sa quanto numerosi ) che hanno messo al primo posto della vita la propria indipendenza da appetiti schiavizzanti e dalla volontà altrui, e di tanti altri che non ha senso neanche immaginare dato che la realtà offre certo di più della stessa immaginazione.
Ciò che dovrebbe apparire essenziale è cercare di non disperdere, fra chi ce l'ha, la buona volontà di creare buoni rapporti.  E le associazioni potrebbero, da subito, lavorare nel senso di coltivare le cosiddette "precondizioni della politica": osservare con i propri occhi, capire con la propria intelligenza, comunicare con semplicità senza sentirsi diretti nè da idee preconfezionate nè dalla voglia di primeggiare; e mettendo da parte l'ansia di produrre a tutti i costi, che è il concime delle azioni affrettate.
  Circa il nome di "Rilancio Radicale": in questa ottica, non penso risulti adeguato al fine che si prefigge, che è piuttosto la "rifondazione di chiarezza e coerenza".

       Anastasia Deodato
      Verona, 26 marzo 2013

   

4 commenti:

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  2. Gentile Anastasia,

    Condivido la necessità, oserei dire prepotente, di un rinnovamento nel panorama liberal-radicale italiano.
    In questi anni ho letto e ascoltato, ma solo di recente ho iniziato a maturare una specie di insofferenza alle metodologie comunicative della galassia radicale.
    Sarà il superamento di quella fase giovanile nella quale i grandi discorsi e la complessità di ragionamento ci fanno sentire grandi, un po' come quando fumavamo alle scuole medie.

    Alle metodologie riesco ancora a resistere costringendomi a leggere argomentazioni prolisse come la sua, solo perché spesso i contenuti hanno rilevanza e le argomentazioni sono valide e condivisibili, ma dedico questa pazienza a firme nobili come la sua.
    Molti cittadini italiani però alle prese con i problemi contingenti non hanno il tempo per seguire ragionamenti complessi, escludendosi o meglio escludendoli dalla cultura radicale italiana.

    Ci sono anche altri aspetti oltre alle metodologie che credo necessitino rinnovamento, ad esempio quello burocratico/tecnico ovvero lo statuto, ma di importanza assai maggiore mi questiono sullo "scopo radicale".

    Il primo aspetto lo state affrontando assai in modo approfondito qui su RilancioRadicale.net, mentre durante gli incontri che si sono tenuti a Milano, Verona e Torino si è parlato dell'ipotesi che il mondo radicale, più precisamente Radicali Italiani, si configuri più come onlus che come realtà politica. Ho visto però poca autocritica sui contenuti che i radicali portano avanti tramite le associazioni.

    La mia sensazione è che siamo percepiti dagli italiani come degli impantanati della melma pannelliana composta da verbosità, strumenti economici e scioperi della fame, cannabis e eutanasia, amnistia. Inciso, sono un sostenitore del liberalismo e quindi condivido queste battaglie.
    Non condivido però che queste debbano essere oggetto di un partito politico.

    Mi domando quindi se questo sia il mare in cui vogliamo lasciare navigare i giovani radicali (Leonardo, Mattia, Stefano e gli altri sostenitori radicali) o se invece non sarebbe più opportuno creare per loro uno spazio nuovo, giovane e alternativo alle battaglie storiche radicali.

    Non quindi un rilancio, né una "rifondazione di chiarezza e coerenza" sono la mia proposta, ma la creazione di un nuovo luogo moderno, liberale e radicale, che somigli più agli altri partiti radicali europei, ricco però di quel background culturale del pannellismo buono di cui tutti andiamo tanto fieri.

    Mi piacerebbe quindi invitare i ragazzi e le ragazze radicali a costruire insieme e partecipare ad una nuova realtà non antagonista, indipendente e alternativa al vecchio treno radicale.

    Con profonda stima.
    Julien Buratto

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  3. Riceviamo e pubblichiamo in 2 tranches un commento di Anastasia Deodato:

    Gentile Julien,
    domenica 5 maggio ho trovato il suo commento su Rilancio Radicale, dietro l'indicazione di Stefano Gasparato, e martedì 7 ho letto la presentazione di Giovani Radicali sul sito omonimo. In tal modo sono riuscita a farmi un'idea più precisa della sua proposta contenuta nell'articolo di Rilancio Radicale di cui la ringrazio sentitamente.
    Indubbiamente il linguaggio adottato risulta molto chiaro ed accessibile ai più, e me ne complimento perchè lo ritengo un fattore fondamentale per la riuscita di qualunque comunicazione.
    Anche nell'impostazione dei contenuti colgo una riflessione seria e priva di roboanti miracolismi. Secondo lei questa "nuova realtà non antagonista, indipendente e alternativa al vecchio treno radicale" dovrebbe incanalare le migliori energie ("giovanili") per svolgere l'attività di un movimento culturale e trasformarsi poi - ma forse toccherà ad altri operare il mutamento - in forza politica ( partito?).
    Mi sono chiesta però se ho capito bene questo passaggio, oltremodo importante, e non ne sono affatto sicura.
    Poi ho sentito la necessità di focalizzare alcuni punti, stimolata anche dalle osservazioni lette sul sito ( a proposito, quanti hanno partecipato alla nascita della proposta "giovani Radicali? ): "Il radicalismo è un pensiero che ha più di 250 anni". "L'aggettivo <> nell'accezione di <> non è di proprietà di un solo movimento..."
    Partendo da quest'ultima osservazione mi sono domandata se e quanto gli Italiani sentano o abbiano bisogno di questa risolutezza, e in cosa il radicalismo italiano abbia fallito.
    Secondo la mia esperienza e il mio modo di vedere, ovviamente opinabili, nel carattere degli Italiani è cresciuto un aspetto molto resistente al cambiamento proprio perchè ha introiettato profondamente tre componenti della sua bimillenaria tradizione culturale: quella greca, quella romana e quella bizantina.
    Il frutto di esse lo costatiamo sia nel soggiacere al fascino di teorie e costruzioni astratte, sia nella voglia di unirsi per imprese grandiose, sia nella necessità di riconoscere un'autorità indiscutibile.
    I meccanismi della storia avrebbero giocato a favore di questa miscellanea, in cui risaltano almeno tre tipicità italiche: una pigrizia paga di parole, un'impazienza avventurista, una vocazione alla delega. [ Lo stile petrarchesco, in poesia, rappresenta abbastanza bene questa condizione sul confine della nevroticità! ]
    La cultura dei Comuni non ha scalzato quel costume, ma lo ha solo sminuzzato dentro piccole comunità. E l'avvento del Rinascimento, a sua volta, lo ha risvegliato ribadendone orgogliosa superbia e presunzione.
    So che ce n'è abbastanza per essere accusata di denigrazione e disfattismo. Cosa avrebbero di meglio le altre nazioni? ( Infatti continuiamo ad essere una nazione con identica lingua e religione. Quanto ad essere un popolo, con gli stessi interessi collettivi, esso è ancora da costruire.) ....(continua)

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  4. II tranche del commento di Anastasia Deodato:

    Altre nazioni europee, ad esempio, sono riuscite a cogliere le opportunità storiche dell'800, preparate dall'Illuminismo, per scrollarsi di dosso i difetti che le portavano a confliggere.
    L'Illuminismo è, infatti, il grande assente nella cultura italiana. E il radicalismo si è innestato dentro questo vuoto storico con la funzione di colmarlo. Ma come lo ha fatto? A me pare proprio alla romana, o alla garibaldina, appunto: rimettendo poi tutto nelle mani dei poteri tradizionali, Re e Cavour.
    Il radicalismo per primo non ha saputo o non ha capito che doveva formare nuovi soggetti, nuove strutture gestionali per nuove categorie mentali, che avrebbero permesso lo scioglimento dei vecchi vincoli di asservimento economico e dipendenza politica.
    Non so dire cosa avrebbe fatto il Partito Radicale di Altiero Spinelli. So però che il P.R. pannelliano pur volendo formare una nuova cultura ha perpetuato i metodi garibaldini, soprattutto con il ricorso sistematico ai referendum. Al punto che ancora oggi, all'apparire di altri leaders altrettanto risoluti e pronti a spiccare il volo, lo stile radicale non è più così distinguibile da quello dei nuovi leaders. Quella che si è mantenuta evidente è stata la vocazione autoritaria dei dirigenti radicali, che hanno scartato dalla loro operatività le principali modalità democratiche nel prendere le decisioni e nel risponderne personalmente.
    Aggiungo la considerazione che probabilmente gli Italiani non sentirebbero il bisogno di figure e sistemi autoritari se figure e sistemi veramente alternativi si presentassero con i crismi della credibilità.
    Ma non vorrei concludere con un banale qualunquismo.
    Ritengo senz'altro apprezzabili tutti i tentativi di girare pagina per non incorrere negli stessi errori del passato. E mi interessano in modo particolare quelle iniziative che puntano a sollecitare l'inventiva e la voglia di imparare, dato che mancano i luoghi neutri di formazione politica.
    Ma vedo del tutto con favore soprattutto quei gruppi che riescono a fare squadra fin da subito: composti da persone che definiscono insieme degli obiettivi, e che nel corso dell'attività si assumono compiti precisi e badano all'organizzazione.
    In fin dei conti non è tanto difficile DIRE DI ESSERE QUALCOSA (radicale, liberale, liberista...). Si resta comunque nel campo dell'astrazione. Ciò che anzi importa è smetterla di esibire identità astratte e trovarsi , invece, in un gruppo del tutto sconosciuti in cui conoscersi su CIO' CHE SI FA.
    A proposito del nome scelto per il sito, e penso per il movimento, le sarà facile capire la ragione del mio dissenso. Prescindendo dalle buone intenzioni che lo ispirano si potrebbe vedere questo movimento come un nuovo affluente dell'antico fiume principale da cui continueranno a nascere tutte le iniziative che contano.
    Scusandomi per la prolissità, e per la conseguente richiesta di una buona dose di pazienza, la saluto molto cordialmente.

    Anastasia Deodato
    Verona, 8/ 5/2013

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