1. Il sistema radicale
attuale, in Italia.
Se
ogni visione politica si presenta, sul piano culturale, attraverso tre modalità (conoscitiva, organizzativa,
strategica ), non si può negare che nel sistema radicale la connotazione
maggiore riguarda l'assetto organizzativo, facente capo ad una guida carismatica.
Per
questo deve considerarsi limitata e parziale l'operazione che pretenda di
racchiudere la radicalità dentro l'insieme delle sue tematiche: esse, invece,
fanno parte integrante di un sistema di modalità o pratiche che danno loro una
tipica caratterizzazione.
Descrivendo
il sistema radicale, appunto, nella modalità conoscitiva figura soprattutto
l'analisi di problematiche, affrontate con vari approcci ( scientifico,
giuridico-legale, storico, filosofico, psicologico, religioso,ecc. ) e
divulgate da Radio Radicale: attività, questa, che assolve la funzione di
attrarre gran parte dell'attenzione e della curiosità intellettuale di quanti
si sentono radicali o simpatizzanti.
Con
la seconda modalità, dell'organizzazione, quell'attenzione viene
convogliata nell'unione affettiva
col suo leader, l'autorità carismatica che ha una derivazione storica di tipo
romantico.
La
fase conoscitiva, a questo punto, subisce una vera e propria traduzione: il leader carismatico, che per
conservare la vitalità della sua presenza non deve mancare di rendersi
visibile, si assume il compito di interpretare e sintetizzare quei contenuti
secondo il suo stile personale.
L'impostazione
cefalocentrica di questa modalità, riflessa anche nella formulazione delle
regole di cui si è dotata, non può eliminare del tutto critiche esterne ed
interne soprattutto in presenza di risultati insoddisfacenti che lo stesso
leader ha concepito e di cui si è investito in prima persona; perciò, egli
cercherà di dare periodici sfoghi a quelle critiche, o per mezzo della sua
radio o nelle sedi di dibattiti interni.
E
si capisce che la terza modalità, quella operativa e strategica, è strettamente
connessa sia al rapporto emotivo della base col suo leader sia a come lo stesso
riesce a proporsi in termini di interlocuzione con quella base e con esterni
con cui trovare intenti comuni. Si può supporre, fra l'altro, nel caso di una
lunga permanenza del leader al proprio posto ( Marco Pannella, ad esempio ),
che questi trascuri spesso questa interlocuzione, contando proprio sul consenso assegnato alla sua figura
di capo: questa comporta infatti che ne sono accettati sia gli auspicabili
successi che i deprecabili insuccessi.
Una
scelta strategica poi, che abbia privilegiato le azioni del mordi e fuggi
corrispondenti agli obiettivi
referendari, adombra il più delle volte un orizzonte caratterizzato da vaghezza
e incertezza: il metodo del dare fuoco alla miccia non può che lasciare col
fiato sospeso per l'effetto domino procurato dall'innesco. Che è appunto la reazione
a catena di cui la rappresentanza radicale non vuol prendersi la responsabilità
nell'eventualità di aver raggiunto esiti negativi, mentre se ne sente
particolarmente orgogliosa quando essi siano o sembrino del tutto favorevoli.
2. L'imprinting del leader.
In
questo sistema radicale, che risente così a lungo e profondamente della
centralità del leader, l'attenzione al suo carattere non può essere lasciata
sullo sfondo.
Nello
specifico di Pannella, l'autoesaltazione, l'enfatizzazione del proprio ruolo,
la denigrazione di tutti coloro che non riesce a fare alleati, hanno accentuato
nelle sue battaglie l'aspetto della personalizzazione.
Non
può considerarsi trascurabile, anzi, l'osservazione che proprio la sua
aggressività è un elemento fortemente controproducente, che non giova in nessun
modo al progresso civile. Numerosi obiettivi contenuti nelle proposte referendarie,
che potrebbero avere la strada spianata da una presentazione semplice e di
tutto buon senso, vengono invece bloccati dalla mancanza di una serena
argomentazione e da ottiche di contrapposizione. E la pratica referendaria
potrebbe anche aver subito una svalutazione inesorabile dovuta a un
inflazionamento di tale qualità.
Moltissimi
fedeli di Pannela, avendo assorbito e legittimato l'imprinting ricevuto, si
riconoscono purtroppo dalla pratica dell'autocelebrazione e della derisione,
anche nei confronti di colleghi/compagni con cui non riescono a discutere:
magari potesse bastare un generico invito alla tolleranza in
"famiglia" per ricondurre ciascuno alla padronanza di sè e della
propria ragione!
Non si deve dimenticare, però, quanto
sia preponderante nella complessa personalità di Pannella, con i suoi ideali,
il concetto di perdono declinato nella formulazione legislativa di
assoluzione-depenalizzazione di comportamenti ritenuti infamanti dalla morale
tradizionale. L'identificazione con la sofferenza di tanti può essere, con
molte probabilità, la molla che incanala le sue energie.
Ma
se tutto ciò non basta a farne un buon predicatore, nè un valente avvocato
delle proprie cause, la ragione profonda potrebbe risiedere nel suo bisogno
personale di farsi perdonare il continuo eccesso di intemperanze.
Da
queste, anche, l'amara stanchezza di tanti probabili elettori verso
atteggiamenti umanamente troppo poco accettabili.
Sembra
essere iniziato così un doloroso riflusso dall'alba di una crescita civile a
un tramonto nel proprio orticello,
in definitiva considerato più vivibile che non il terreno di scontro divenuto
uno scenario che dura da troppo tempo.
La
questione dovrebbe porsi a tutti i livelli dei soggetti radicali, intesi come
persone, associaioni, movimenti, PRNTT.
Questione
non semplice, se si prende atto che nel sistema radicale, come in ogni sistema,
ciascuna delle modalità culturali ha una stretta connessione con le altre: per
questa complessità, anche dopo il taglio del nodo gordiano e l'inizio della
discontinuità ( e cioè con la fondazione di un partito radicale italiano e con
l'elezione democratica dei suoi responsabili ), dovrà passare un certo tempo
prima di potersi verificare la reale novità.
3. Le voci critiche.
Se
queste sono le ambasce che tormentano i radicali, può sembrare oltremodo
commovente, nella sua ingenuità, la domanda racchiusa nell'intervento fatto da
un membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani riuniti il 23/03/2013:
" Perchè R.I. non può essere il partito che si presenta alle elezioni (
invece della creazione della Lista AGL del 24 2 25 febbraio 2013 ), dopo aver
scelto nel suo congresso obiettivi e metodi con cui operare? Chi ha concepito
che dentro lo Statuto del PRNTT tutto ciò non sia possibile?".
E
come una manna dal cielo, per gli sconsolati, è salutato- in una posizione di
maggiore critica nel merito della struttura esistente - l'intervento di Claudia
Sterzi che chiede di uscire dall'ambiguità della modalità carismatica perchè
essa confliggerebbe con gli intenti di affermazione delle regole e del diritto
sul piano nazionale ed internazionale.
A
maggiore distanza dai suddetti interventi c'è anche una posizione, più netta,
che si fa portavoce delle precedenti richieste di democraticità e non vuole lasciare i singoli a lamentarsi:
per questo ha creato il gruppo di "Rilancio Radicale" e si è già
fatto conoscere nel suo convegno a Verona il 16/03/2013.
[ Approfitto
qui dell'apertura di una breve parentesi a proposito del concetto di
democrazia. Bisogna infatti aggiungere che per molti dirigenti radicali (
Bonino e perfino Pannella ) l'idea democratica è ben presente e praticata nel
PRNTT. Essi continuano a sostenere
che la possibilità di discussione dentro il Congresso di R.I. è il segnale della sua democraticità. Non
c'è modo di far passare, purtroppo, la nozione che democraticità include sia la
scelta in comune di obiettivi e strategie sia l'assegnazione e la revoca, sempre in comune, dei
responsabili riguardo alle azioni individuate.
Non
che l'agire democratico sia per se stesso il più valido all'ottenimento di un
fine specifico. Non dovrebbero esserci dubbi, però, sul fatto che l'esemplarità
di politici e dirigenti incide moltissimo sul costume dei loro governati e
amministrati; persino le loro qualità umane e sul piano dei rapporti
interpersonali si propongono, o divengono automaticamente, obiettivi
sociali. Nel caso dei radicali,
essi sono particolarmente apprezzati per l'uso civico che hanno fatto dei soldi
pubblici; mentre l'assenza di effettivo potere decisionale della base, ed il
rifiuto di condurre un'operazione politica dall'inizio alla sua conclusione
come accadrebbe se si configurassero in un partito politico, non sono stati certo
di sprone per mutare il malcostume italiano dell'iniziare le cose e non
concluderle.]
4. Un'altra ottica.
Tornando alla prospettiva aperta
da "Rilancio Radicale" e alla sua insistenza sulla mancanza di
democrazia interna, una facile risposta -alla forma ma non al merito- della
richiesta sarebbe, purtroppo, che le regole statutarie non sono state violate:
che quindi si è rimasti in linea con la promessa.
E
forse, la volontà di mutare questo stato di cose non si concilia troppo con
l'idea liberale, la quale prende atto di chi ha costruito-guidato-seguito un
tale Partito PRNTT e non pretende di lottarlo, con l'argomento che quel
patrimonio ideale deve essere salvato. Nessuno, del resto, potrebbe impedire
che le idealità radicali vengano gestite da altri, in altro modo. ( Come,
usando un paragone azzardato, prima Valdesi e poi Protestanti in un dato
momento storico hanno deciso di fare un cammino diverso da quello della Chiesa
di Roma, senza rinunciare con questo al messaggio di Gesù Cristo. )
Piuttosto
sono molti i modi di intendere un "rinnovamento".
Probabilmente
il primo problema da affrontare è quello di immaginare se sia più capace di
cambiamento ( fra coloro che hanno vissuto nella casa radicale e dunque la
conoscono ), chi vi si è trovato bene e la vuole restaurare o chi ne ha
osservato i difetti e non vedeva l'ora di darle una ristrutturazione
completa. In entrambi i casi,
comunque, l'erede di un patrimonio si sentirà l'onore e l'onere di riprendere
quei fili che non gli daranno le mani libere per altri interventi che non siano
di continuazione: si troverà a fare i conti con una mole di prodotti già
elaborati o in via di elaborazione.
Si
dovrebbe scartare, perciò, questa strada, rinunciando alla finalità della
costruzione di un nuovo partito radicale deputato ad ereditare il cosiddetto
patrimonio ideale: non inciderebbe
nell'assetto complessivo - nè a breve nè per il lungo periodo - e sarebbe dunque troppo limitata.
Ed ecco la novità di una
strana proposta.
Le
varie associazioni radicali - al nord le più "mature"? - si mettono a
cercare/trovare ciascuna un certo numero di persone ( 3, 5... ) a cui lasciare
un <<foglio bianco>> metaforico su cui esprimere le idee che si
sono fatte per affrontare le soluzioni italiane. Dopo averle ascoltate e
chiesto loro cosa pensano delle proposte radicali si cerca di capire se e come
arrivare a definire proposte rinnovate o corrette nella loro comunicazione.
Se
le persone così individuate sono anche disponibili ad impegnarsi iniziano gli
incontri con altre associazioni, anche non radicali, da cui potrebbero uscire
degli eletti democraticamente a rappresentare una varietà di posizioni.
A
proposito delle persone scoperte ed invitate: sarà gente di cervello e di
cuore, ma non "appartenente a" nè particolarmente affermata. Meglio
anzi se rientrante nel numero di chi è rimasto disoccupato ( esodato o altro ),
di chi si trova a fare da casalingo/a
potendo però "pensionarsi" dai propri familiari ormai in grado
di autobadarsi, di quelli ( non si sa quanto numerosi ) che hanno messo al
primo posto della vita la propria indipendenza da appetiti schiavizzanti e
dalla volontà altrui, e di tanti altri che non ha senso neanche immaginare dato
che la realtà offre certo di più della stessa immaginazione.
Ciò
che dovrebbe apparire essenziale è cercare di non disperdere, fra chi ce l'ha,
la buona volontà di creare buoni rapporti. E le associazioni potrebbero, da subito, lavorare nel senso
di coltivare le cosiddette "precondizioni della politica": osservare
con i propri occhi, capire con la propria intelligenza, comunicare con
semplicità senza sentirsi diretti nè da idee preconfezionate nè dalla voglia di
primeggiare; e mettendo da parte l'ansia di produrre a tutti i costi, che è il
concime delle azioni affrettate.
Circa il nome di "Rilancio
Radicale": in questa ottica, non penso risulti adeguato al fine che si
prefigge, che è piuttosto la "rifondazione di chiarezza e coerenza".
Anastasia
Deodato
Verona, 26
marzo 2013
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RispondiEliminaGentile Anastasia,
RispondiEliminaCondivido la necessità, oserei dire prepotente, di un rinnovamento nel panorama liberal-radicale italiano.
In questi anni ho letto e ascoltato, ma solo di recente ho iniziato a maturare una specie di insofferenza alle metodologie comunicative della galassia radicale.
Sarà il superamento di quella fase giovanile nella quale i grandi discorsi e la complessità di ragionamento ci fanno sentire grandi, un po' come quando fumavamo alle scuole medie.
Alle metodologie riesco ancora a resistere costringendomi a leggere argomentazioni prolisse come la sua, solo perché spesso i contenuti hanno rilevanza e le argomentazioni sono valide e condivisibili, ma dedico questa pazienza a firme nobili come la sua.
Molti cittadini italiani però alle prese con i problemi contingenti non hanno il tempo per seguire ragionamenti complessi, escludendosi o meglio escludendoli dalla cultura radicale italiana.
Ci sono anche altri aspetti oltre alle metodologie che credo necessitino rinnovamento, ad esempio quello burocratico/tecnico ovvero lo statuto, ma di importanza assai maggiore mi questiono sullo "scopo radicale".
Il primo aspetto lo state affrontando assai in modo approfondito qui su RilancioRadicale.net, mentre durante gli incontri che si sono tenuti a Milano, Verona e Torino si è parlato dell'ipotesi che il mondo radicale, più precisamente Radicali Italiani, si configuri più come onlus che come realtà politica. Ho visto però poca autocritica sui contenuti che i radicali portano avanti tramite le associazioni.
La mia sensazione è che siamo percepiti dagli italiani come degli impantanati della melma pannelliana composta da verbosità, strumenti economici e scioperi della fame, cannabis e eutanasia, amnistia. Inciso, sono un sostenitore del liberalismo e quindi condivido queste battaglie.
Non condivido però che queste debbano essere oggetto di un partito politico.
Mi domando quindi se questo sia il mare in cui vogliamo lasciare navigare i giovani radicali (Leonardo, Mattia, Stefano e gli altri sostenitori radicali) o se invece non sarebbe più opportuno creare per loro uno spazio nuovo, giovane e alternativo alle battaglie storiche radicali.
Non quindi un rilancio, né una "rifondazione di chiarezza e coerenza" sono la mia proposta, ma la creazione di un nuovo luogo moderno, liberale e radicale, che somigli più agli altri partiti radicali europei, ricco però di quel background culturale del pannellismo buono di cui tutti andiamo tanto fieri.
Mi piacerebbe quindi invitare i ragazzi e le ragazze radicali a costruire insieme e partecipare ad una nuova realtà non antagonista, indipendente e alternativa al vecchio treno radicale.
Con profonda stima.
Julien Buratto
Riceviamo e pubblichiamo in 2 tranches un commento di Anastasia Deodato:
RispondiEliminaGentile Julien,
domenica 5 maggio ho trovato il suo commento su Rilancio Radicale, dietro l'indicazione di Stefano Gasparato, e martedì 7 ho letto la presentazione di Giovani Radicali sul sito omonimo. In tal modo sono riuscita a farmi un'idea più precisa della sua proposta contenuta nell'articolo di Rilancio Radicale di cui la ringrazio sentitamente.
Indubbiamente il linguaggio adottato risulta molto chiaro ed accessibile ai più, e me ne complimento perchè lo ritengo un fattore fondamentale per la riuscita di qualunque comunicazione.
Anche nell'impostazione dei contenuti colgo una riflessione seria e priva di roboanti miracolismi. Secondo lei questa "nuova realtà non antagonista, indipendente e alternativa al vecchio treno radicale" dovrebbe incanalare le migliori energie ("giovanili") per svolgere l'attività di un movimento culturale e trasformarsi poi - ma forse toccherà ad altri operare il mutamento - in forza politica ( partito?).
Mi sono chiesta però se ho capito bene questo passaggio, oltremodo importante, e non ne sono affatto sicura.
Poi ho sentito la necessità di focalizzare alcuni punti, stimolata anche dalle osservazioni lette sul sito ( a proposito, quanti hanno partecipato alla nascita della proposta "giovani Radicali? ): "Il radicalismo è un pensiero che ha più di 250 anni". "L'aggettivo <> nell'accezione di <> non è di proprietà di un solo movimento..."
Partendo da quest'ultima osservazione mi sono domandata se e quanto gli Italiani sentano o abbiano bisogno di questa risolutezza, e in cosa il radicalismo italiano abbia fallito.
Secondo la mia esperienza e il mio modo di vedere, ovviamente opinabili, nel carattere degli Italiani è cresciuto un aspetto molto resistente al cambiamento proprio perchè ha introiettato profondamente tre componenti della sua bimillenaria tradizione culturale: quella greca, quella romana e quella bizantina.
Il frutto di esse lo costatiamo sia nel soggiacere al fascino di teorie e costruzioni astratte, sia nella voglia di unirsi per imprese grandiose, sia nella necessità di riconoscere un'autorità indiscutibile.
I meccanismi della storia avrebbero giocato a favore di questa miscellanea, in cui risaltano almeno tre tipicità italiche: una pigrizia paga di parole, un'impazienza avventurista, una vocazione alla delega. [ Lo stile petrarchesco, in poesia, rappresenta abbastanza bene questa condizione sul confine della nevroticità! ]
La cultura dei Comuni non ha scalzato quel costume, ma lo ha solo sminuzzato dentro piccole comunità. E l'avvento del Rinascimento, a sua volta, lo ha risvegliato ribadendone orgogliosa superbia e presunzione.
So che ce n'è abbastanza per essere accusata di denigrazione e disfattismo. Cosa avrebbero di meglio le altre nazioni? ( Infatti continuiamo ad essere una nazione con identica lingua e religione. Quanto ad essere un popolo, con gli stessi interessi collettivi, esso è ancora da costruire.) ....(continua)
II tranche del commento di Anastasia Deodato:
RispondiEliminaAltre nazioni europee, ad esempio, sono riuscite a cogliere le opportunità storiche dell'800, preparate dall'Illuminismo, per scrollarsi di dosso i difetti che le portavano a confliggere.
L'Illuminismo è, infatti, il grande assente nella cultura italiana. E il radicalismo si è innestato dentro questo vuoto storico con la funzione di colmarlo. Ma come lo ha fatto? A me pare proprio alla romana, o alla garibaldina, appunto: rimettendo poi tutto nelle mani dei poteri tradizionali, Re e Cavour.
Il radicalismo per primo non ha saputo o non ha capito che doveva formare nuovi soggetti, nuove strutture gestionali per nuove categorie mentali, che avrebbero permesso lo scioglimento dei vecchi vincoli di asservimento economico e dipendenza politica.
Non so dire cosa avrebbe fatto il Partito Radicale di Altiero Spinelli. So però che il P.R. pannelliano pur volendo formare una nuova cultura ha perpetuato i metodi garibaldini, soprattutto con il ricorso sistematico ai referendum. Al punto che ancora oggi, all'apparire di altri leaders altrettanto risoluti e pronti a spiccare il volo, lo stile radicale non è più così distinguibile da quello dei nuovi leaders. Quella che si è mantenuta evidente è stata la vocazione autoritaria dei dirigenti radicali, che hanno scartato dalla loro operatività le principali modalità democratiche nel prendere le decisioni e nel risponderne personalmente.
Aggiungo la considerazione che probabilmente gli Italiani non sentirebbero il bisogno di figure e sistemi autoritari se figure e sistemi veramente alternativi si presentassero con i crismi della credibilità.
Ma non vorrei concludere con un banale qualunquismo.
Ritengo senz'altro apprezzabili tutti i tentativi di girare pagina per non incorrere negli stessi errori del passato. E mi interessano in modo particolare quelle iniziative che puntano a sollecitare l'inventiva e la voglia di imparare, dato che mancano i luoghi neutri di formazione politica.
Ma vedo del tutto con favore soprattutto quei gruppi che riescono a fare squadra fin da subito: composti da persone che definiscono insieme degli obiettivi, e che nel corso dell'attività si assumono compiti precisi e badano all'organizzazione.
In fin dei conti non è tanto difficile DIRE DI ESSERE QUALCOSA (radicale, liberale, liberista...). Si resta comunque nel campo dell'astrazione. Ciò che anzi importa è smetterla di esibire identità astratte e trovarsi , invece, in un gruppo del tutto sconosciuti in cui conoscersi su CIO' CHE SI FA.
A proposito del nome scelto per il sito, e penso per il movimento, le sarà facile capire la ragione del mio dissenso. Prescindendo dalle buone intenzioni che lo ispirano si potrebbe vedere questo movimento come un nuovo affluente dell'antico fiume principale da cui continueranno a nascere tutte le iniziative che contano.
Scusandomi per la prolissità, e per la conseguente richiesta di una buona dose di pazienza, la saluto molto cordialmente.
Anastasia Deodato
Verona, 8/ 5/2013