E se la
maggior parte degli errori radicali fosse rintracciabile nel
persistere di una logica, di un filo sottile che collega intimamente
- seppure con scarso rilievo - il percorso di varie linee politiche?
L'ipotesi
è la seguente. La vocazione, un po' gridata e un po' sottaciuta, che
gli attori radicali siano e debbano rimanere un piccolo gruppo, un
eroico drappello portatore di idee e azioni
rivoluzionarie.
Questa è stata la loro presenza fin dalle lontane origini
nell'Ottocento risorgimentale, e poi via via nel Novecento
antifascista, fino ai giorni nostri.
Li ha
guidati la fede che poche menti illuminate, accendendo scintille di
speranza presso genti oppresse da assolutismi- povertà- ignoranza,
avrebbero ottenuto grandi risultati di liberazione.
E' accaduto
con i seguaci di Mazzini e di Garibaldi. Si è rinnovato con i
dissenzienti all'interno delle grandi forze politiche del Primo e del
Secondo Novecento.
Sempre uno
sparuto numero di protagonisti si è applicato generosamente verso
obiettivi mirati. Essi non avevano tuttavia costruito un'
organizzazione capillare, ben attecchita sul territorio: e i loro
progetti furono destinati ad essere gestiti da altre mani, che ne
fecero un uso assai diverso!
E non è
ancora questo il modus operandi dei radicali, comprese le
numerosissime iniziative e vittorie referendarie, di cui solo due (divorzio e aborto) non sono state del tutto stravolte nonostante gli
esiti delle urne?
Da una
parte, infatti, le proposte radicali aspirano a diventare disegni
governativi. Dall'altra parte, però, non c'è alcun impegno a far sì
che esse siano gestite da una sicura maggioranza: tutto ciò che mira
ad allargare la partecipazione dei cittadini alla formazione di un
consenso è rifuggito totalmente. Gli stessi
iscritti al Partito sono considerati semplici puntelli, cioè tali da
collaborare con un supporto finanziario e, all'ultimo momento, con
quello della raccolta delle firme.
All'indomani
dell'89, poi, tale chiusura si è aggravata con l'autotrasferimento
all'Onu dell'idea radicale e la relativa fondazione del PRNTT.
Quando, nel 2001, è nato il Movimento RI molti hanno sperato che si
fosse tornati a guardare ai problemi del Paese, ma l'introduzione nel
suo statuto della condizione di "soggetto costituente il PRNTT"
gli ha tarpato di nuovo le ali.
Al di
là dei succinti accenni storici al passato, non sembra possibile
dubitare che il nodo di una visione oligarchica ed assoluta sovrasta
tutte le decisioni prese dalla dirigenza radicale, incluso
l'ultimissimo lancio della Lista AGL, frutto di partenogenesi della
Lista Pannella, unica detentrice del potere deliberativo nel merito
politico-elettorale.
Se
questa ricostruzione ha un fondamento, non ha senso arrabattarsi su
proposte alla politica italiana, che può anche fare propri degli
"ingredienti" salvo a cucinarli a proprio modo quando
tocchi ad altri cuochi elaborarli.
L'incidenza
delle idee radicali si scontrerà sempre contro un muro di gomma
finché non si metterà mano alla riscrittura dello statuto del
PRNTT, e alla scrittura di un nuovo statuto per un Partito italiano
che punti a raccogliere le conseguenze delle proprie proposte, e
smetta di sentirsene irresponsabile.
Solo questa
volontà di soluzione dello stesso Problema Radicale creerà un
nuovo stile politico, lasciandosi alle spalle: sia la sordità alle
critiche sullo strapotere decisionale (confermato da statuti e
relativa conduzione politica di leader e dirigenza), sia la presenza
aliena di PRNTT e coorbitante Galassia (la cui incomprensibilità
viene caricata offensivamente su osservatori e simpatizzanti che non
hanno deciso di farne un corso di laurea), sia l'ambiguità della
stessa nozione di libertà (quando viene facilmente identificata con
quella, irresponsabile, del leader di una base misconosciuta).
Anastasia Deodato
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un'analisi lucida che condivido in toto.
RispondiEliminatalmente semplice che non si capisce perchè qualcuno lo scopra solo ora
RispondiEliminaComplimenti Anastasia per semplice riflessione capibile anche a noi poveri militonti.
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